Un abito, un monito, un campanello d’allarme
Ogni volta che vediamo sfilare un capo di abbigliamento su una passerella, un red carpet o lo vediamo immortalato in una rivista patinata, raramente ci fermiamo a chiederci che cosa sia successo prima e che cosa succederà dopo. Rimaniamo affascinati dallo stile e dalle linee, ignorando la storia silenziosa di sfruttamento del suolo, spreco d’acqua, inquinamento da coloranti e additivi tossici, lavoro sottopagato, mani dimenticate, discariche e inceneritori, che si nasconde dietro ogni indumento.
Nel nostro cortometraggio The Dress, Barbara Foz racconta la vita di un abito. Uno dei tanti. Dalla materia prima al debutto glamour, fino al desolante abbandono finale. Un racconto che ci costringe a porci una domanda a lungo negata: può la moda esistere senza conseguenze nefaste?
Questo articolo ci conduce all’origine. Traccia il viaggio di un capo di abbigliamento lungo tutta la catena del valore, dal seme allo showroom e infine alla discarica. Numeri, voci e sistemi vengono messi a nudo per indicare l’immenso potenziale, anche economico, costituito dal cambiamento. La trasformazione inizia da una nuova consapevolezza e un nuovo tipo di design.
1. Il costo nascosto della moda: Abbigliamento in numeri
- 40 milioni di ettari di terra sono adibiti a colture intensive di fibre come il cotone. Un’attività agricola che genera lo sfruttamento di uno spazio sbalorditivo attraverso disboscamenti feroci e pratiche poco rispettose dell’ambiente.
- L’industria della moda produce 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno. Un valore equivalente al contenuto di un camion della spazzatura al secondo.
- La produzione di un solo kg di cotone consuma tra gli 8.000 e i 10.000 litri di acqua (l’equivalente di quanto beve un essere umano in due anni) e rappresenta il 10-16% dell’uso globale di pesticidi.
Non stiamo parlando di valori anomali o eccezionali, ma di una costante del sistema. Eppure, nonostante il notevole impiego di risorse e di lavoro, gli indumenti vengono spesso indossati meno di 10 volte prima di essere scartati. A volte vengono usati anche una volta soltanto. Questo modus operandi ci porta a domandarci quali siano i nostri valori e che tipo di eredità ci si stia lasciando alle spalle.
2. Dalla Terra alla Fibra: lo sfruttamento della natura
L’abbigliamento nasce dalla materia prima che può essere di origine vegetale, animale o fossile. Le fibre naturali, come cotone, lino, seta e lana, richiedono tempo, cura e lavoro per poter essere utilizzate nel tessile. Le fibre sintetiche richiedono l’uso di combustibili fossili e raffinazione chimica, con un notevole impiego di energia e un impatto nocivo sull’ambiente.
La filiera del cotone, da sola, fornisce i mezzi di sostentamento a oltre 250 milioni di persone in tutto il mondo. Tuttavia, le condizioni in cui molti lavoratori del cotone operano sono spesso precarie. I bassi salari, gli ambienti non sicuri e gli abusi, rimangono diffusi nei principali paesi produttori. Questo tipo di ingiustizia sociale solleva, ormai da anni, una domanda scomoda: quanto è sostenibile un sistema che genera un’immensa ricchezza a fronte dello sfruttamento di persone, animali e ambiente?
La moda, ovviamente, non è solamente una brutta questione ambientale ed etica, ma è certamente un motore economico formidabile. Oltre a creare numerosi posti di lavoro, guida le economie locali e globali, portando valore a milioni di persone. La moda ha un grandissimo potere. Influenza le masse, la cultura e anche la politica, e ne è a sua volta influenzata. Ed è proprio a causa di questo suo incredibile impatto, positivo e negativo, che richiede una grossa dose di responsabilità. La moda non è un gioco! E per tanto, non può essere usa-e-getta.

3. Trasformazione della fibra in tessuto
Le fibre grezze subiscono diversi tipi di procedimenti, prima di poter essere filate e tessute. Questo passaggio necessita tanto di attività artigianale quanto di macchinari pesanti, soprattutto nella produzione di fibre sintetiche, che è ad alta intensità energetica.
- Il poliestere, per esempio, richiede ~125 MJ per kg, sufficienti ad alimentare un frigorifero per 23 giorni.
- La fibra di cotone è responsabile dell’emissione di CO2, che va da 1,15 a 6,07 kg per kg di cotone prodotto. Anche se le piante di cotone producono Ossigeno durante il normale processo di fotosintesi, le attività agricole e industriali necessarie ad ottenere la fibra tessile, producono un quantitativo di CO2 nettamente superiore.
4. Tintura e finitura: il vero costo del colore
Il colore è una delle grandi seduzioni della moda. Il colore rende belli. Tuttavia, la tintura tessile produce il 20% dell’inquinamento mondiale di acqua. Ogni anno, 21,9 trilioni di litri di acqua inquinata si disperdono nell’ ambiente, equivalenti a 8,76 milioni di piscine olimpioniche.
Il prezzo ecologico della tintura è incredibilmente alto. Ed è per lo più invisibile al consumatore.
Nello Xintang in Cina, noto come la “capitale mondiale dei jeans”, i fiumi si sono visibilmente colorati di blu e nero a causa delle acque reflue non trattate degli impianti di tintura. Nella regione indiana di Tiruppur, l’inquinamento diffuso da coloranti ha reso l’acqua locale inutilizzabile per l’agricoltura, portando alla chiusura di centinaia di tintorie per mandato del tribunale, negli anni 2000. Tuttavia, nonostante l’applicazione di una regolamentazione parziale, il danno agli ecosistemi rimane difficile da invertire.
Secondo la Banca Mondiale, oltre 70 sostanze chimiche tossiche, presenti nell’acqua, provengono esclusivamente dalla tintura dei tessuti. Di queste, il 30% non può essere rimosso con il trattamento convenzionale.
Per fortuna, alcuni attori del settore stanno lavorando per trovare soluzioni migliori. I grandi brand stanno adottando la tintura digitale e le tecnologie di tintura senz’acqua, come Colorifix e DyeCoo, che riducono o eliminano completamente il consumo di acqua. Altri stanno collaborando con innovatori nel trattamento delle acque reflue, come i sistemi circolari chiusi, o adottando coloranti naturali a base vegetale.
Questi progressi dimostrano che il colore non deve essere per forza un costo insostenibile per la Terra, se ci impegniamo con responsabilità verso l’innovazione sostenibile.
5. Design e sviluppo: rifiuti creativi
L’ufficio stile è il luogo in cui inizia la magia e in cui vengono concepiti molti rifiuti. Il Bangladesh scarta da 500.000 a 700.000 tonnellate di rifiuti tessili pre-consumo all’anno, molti dei quali in puro cotone, secondo Reverse Resources. L’Italia ha raccolto circa 160.000 tonnellate di rifiuti tessili nel 2022, mentre il Giappone ne ha generate circa 460.000 tonnellate nel 2018 (fonti: Statista e NeoTextile). Questi numeri riflettono la crescente pressione sui sistemi nazionali di riciclaggio, nonché il potenziale non sfruttato dei materiali pre-consumo e post-consumo.
Noi di Eretikos iki siamo creatori di moda profondamente ispirati dal potere creativo, ma pienamente consapevoli delle sue conseguenze. Ecco perché progettiamo pensando al pianeta e all’umanità. Alla base di ogni concetto e di ogni articolo c’è una grande responsabilità: immaginare non solo l’inizio, ma anche la fine e la rinascita in un circolo virtuoso ed anche virtuale.

6. Creazione dell’indumento: artigianato e precisione
I tessuti vengono tagliati, cuciti e assemblati con maestria ed abilità per diventare capi di abbigliamento. Secondo un rapporto della Clean Clothes Campaign, i lavoratori tessili, in molte parti del mondo, guadagnano meno di un salario di sussistenza, con alcuni pagati solo l’1-3% del prezzo al dettaglio dei capi che producono.
Secondo l’ILO, tra i 60 e i 75 milioni di persone sono impiegate direttamente nella produzione di abbigliamento a livello globale. Tuttavia, secondo UniformMarket, l’industria dell’abbigliamento, considerando l’intera catena del valore — dalla fibra grezza, fino alla vendita al dettaglio — sostiene oltre 430 milioni di lavoratori. Molti di questi operano in condizioni precarie, con orari estenuanti e tutele minime, soprattutto nelle regioni a più alta intensità produttiva.
Serve un cambio di paradigma che dia il giusto riconoscimento e il rispetto alla forza lavoro, e combatta l’annichilimento della persona perseguito dalle aziende del FAST FASHION e non solo. La vera sostenibilità deve tenere conto non solo dell’impronta ambientale, ma anche della dignità di coloro le cui mani danno vita ai nostri indumenti.
7. Distribuzione: il carbonio della convenienza
La spedizione, l’imballaggio e la consegna aggiungono un ulteriore livello di emissioni e rifiuti:
- La moda genera circa 3 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio all’anno (fonte: Ellen MacArthur Foundation).
- Il trasporto merci globale contribuisce a circa l’8% delle emissioni totali di gas serra e le spedizioni del settore tessile-abbigliamento sono una parte crescente del problema (fonte: International Transport Forum).
- Uno dei problemi più trascurati della moda sono i resi: in alcune regioni, fino al 40% dei capi di abbigliamento acquistati online viene restituito. Molti di questi articoli non vengono rimessi in vendita, ma vengono inceneriti o smaltiti in discarica, aggravando le emissioni nocive e il quantitativo di rifiuti tossici (fonte: Fashion for Good).
La comodità creata dall’e-commerce e dalla velocità di spedizione, ha trasformato la logistica in un agente inquinante implicito. Dalla consegna dell’ultimo miglio all’over-packaging, ogni capo reso moltiplica il suo impatto ambientale. Affrontare questo problema significa ripensare tutto, dalla progettazione dell’imballaggio all’accuratezza delle taglie e alle strategie di logistica inversa.
8. Tu, la luna e il tuo vestito
Un abito porta con se i ricordi e rievoca le emozioni passate. E’ come una fotografia, una canzone. E’ la testimonianza di esperienze vissute, di vittorie e di sconfitte. Un abito, è intriso delle risate, del desiderio e del profumo di momenti che non possiamo rivivere, ma che possiamo ripercorrere con la mente. Gli abiti, come i libri, sono la nostra biografia: ogni piega segna un capitolo ed ogni macchia è un segno di punteggiatura.
Quando buttiamo via un abito, cosa stiamo veramente gettando via? Solo un oggetto o l’archivio stratificato della nostra vita?
[…Ecco che il costume, passato di madre in figlia o padre in figlio, per generazioni, assume un significato ben diverso da un vestito a cui non diamo importanza. Il costume sa raccontare storie che si arricchiscono di nuovi episodi con il passare del tempo e delle persone che lo indossano. Il costume cambia personalità mantenendo lo stile che gli è proprio. Non diventa mai obsoleto perché è fatto di tradizione, passione e amore. Quando lo indossi, ti tremano le ginocchia, perché ne percepisci la storia e il valore. Il costume è un gioiello prezioso e senza tempo!…] Astrea Nicodemo
Noi di Eretikos Iki, ispirati dalla voce di Astrea Nicodemo, crediamo che gli oggetti, specialmente quelli che indossiamo, rechino l’impronta della nostra anima. Scartare tutto senza sosta significa dimenticare la nostra storia, la nostra identità. E se, invece, acquistassimo capi di valore e li trattassimo come un contenitore di memorie, come un gioiello senza tempo che cambia personalità, pur mantenendo il proprio stile?
La fine che non vorremmo vedere: i rifiuti
La maggior parte degli indumenti viene smaltita in discarica o incenerita. Pochi vengono riutilizzati. Ancora di meno sono quelli che vengono riciclati. La crisi dei rifiuti nella moda non è un caso, ma un errore di sistema. Ed è un problema che dobbiamo affrontare con urgenza.
Fortunatamente, stanno emergendo soluzioni innovative che stanno prendendo piede molto velocemente.
- Nona Source di LVMH riutilizza le rimanenze delle case di moda di lusso, dando una seconda vita ai materiali di alta qualità.
- Il progetto REMADE di Revolve e COS Resell consentono ai clienti di acquistare e vendere articoli usati all’interno dell’ecosistema del marchio.
- In Italia, Textile Hub Prato è diventato un modello per il riciclo tessile su scala industriale.
- In Ghana, The Or Foundation lavora per gestire il massiccio afflusso di abbigliamento di seconda mano, sostenendo al contempo l’equità e la giustizia nella filiera del tessile e abbigliamento.
Queste iniziative dimostrano che è possibile costruire sinergie tra creatività, circolarità e responsabilità
Per fare passi avanti e migliorare, dobbiamo progettare prodotti circolari che abbiano alla base una solida strategia di uscita dal ciclo di vita. Dobbiamo costruire infrastrutture per il riutilizzo e il riciclo e promuovere un cambiamento culturale in cui il valore di un capo di abbigliamento non sia valutato in base alla novità, ma in base alla qualità e all’impatto sull’ecosistema.
10. Un nuovo capitolo: NICE. NOS (Non Solo Vendita)
Noi di Eretikos Iki non crediamo che gli indumenti debbano finire inceneriti, sotterrati, o abbandonati in discariche a cielo aperto. Ecco perché stiamo costruendo NICE. NOS (Not Only Sale): una comunità e una piattaforma di moda circolare dedicata a dare una seconda vita ai nostri indumenti. NICE. NOS (Not Only Sale): una comunità e una piattaforma di moda circolare dedicata a dare una seconda vita ai nostri indumenti.
NICE. NOS consente alle persone di:
- Riutilizzare: ricicla o riprogetta con il supporto creativo.
- Riparare: impara dai tutorial degli esperti.
- Rivendere: Cedi i capi attraverso la rivendita verificata.
- Riconnettersi: unisciti a una rete globale consapevole che valorizza ogni punto.
NICE. NOS non è solamente una piattaforma, ma un movimento. Un sistema etico e sostenibile, supportato da tecnologie di ultima generazione, formativo, circolare e resiliente.
Diamo valore a ciò che ha valore, come te!
Un abito può cambiare davvero tutto
Il cortometraggio The Dress ci mostra che la bellezza di un capo di abbigliamento non è puramente estetica, ma è anche data dal processo che sta a monte e lungo tutta la catena del valore del capo medesimo. Dismettere un indumento non deve necessariamente significare la sua fine, ma può invece essere l’inizio di qualcosa di più interessante.
Ti invitiamo a ripensare la moda con noi. Non come una tendenza passeggera, ma come una forza rigenerativa.
Eretikos Iki | #Dressupandempowerthefuture